Francesco, un grande ecologista

di Giuseppe Vatinno

In questi posti si respira un’aria particolare; le cose sanno di antico ma un antico che dura visto che la Chiesa ha più di duemila anni.

Lo studio di Monsignor Paglia è pieno di libri che trattano di filosofia, teologia e spiritualità ma anche un computer, “segno dei tempi” e testimonio di questo connubio e compenetrazione tra mondi diversi ma integrati.

Noi ci siamo conosciuti per il comune interesse ambientale. Quando hai cominciato ad interessarti all’ecologia?

Ho cominciato ad interessarmi in maniera più approfondita alle tematiche ecologiche quando sono diventato Vescovo di Terni, nel 2000, una zona che aveva (ed ha) rilevanti problematiche relative all’inquinamento per via delle acciaierie e del polo chimico. Ebbi modo di conoscere gente e membri delle  organizzazioni ambientali impegnate per le bonifiche di quei posti insalubri. E ricordo che riuscimmo in collaborazione con molte forze della società locale a condurre in porto non poche operazioni di bonifica. Il “governo” del problema fu decisivo per giungere a risultati positivi.

Parlare di ambiente è fondamentale: vuol dire parlare di qualità dello sviluppo, del lavoro.

Come si svolse nella pratica questa tua azione ambientale?

Allora nella Chiesa Cattolica, nonostante alcuni documenti di Paolo VI, Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, non si era sviluppata appieno una cultura teologico – spirituale sul tema.Invece lo aveva fatto la Chiesa Ortodossa con Demetrio I prima e poi soprattutto con Bartolomeo I (Patriarca ecumenico di Costantinopoli) che è stato un pioniere in materia.

Nei primi anni del Duemila, mentre ero Presidente della Commissione per l’ Ecumenismo e il Dialogo della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), si sviluppò non poco la prospettiva ecologica e lo facemmo unitamente alle altre tradizioni cristiane presenti in Italia, in particolare con quelle di tradizione evangelica.

Dunque l’ecologia è un tema profondamente ecumenico.Quindi possiamo vedere nella tua azione ambientale due fasi: una “sociale” e cioè l’interesse per i lavoratori e l’altra “teologica” e cioè la ricerca di un dialogo anche con la Chiesa Ortodossa?

Sì. Le due fasi in verità si completano a vicenda. La custodia del creato è senza dubbio una dimensione che riguarda la vita sociale e politica, ma per essere completa richiede anche una visione religiosa del mondo che per i cristiani è evidente sin dalle prime pagine della Bibbia. Se poi si guarda alla figura di San Francesco, si comprende l’attualità della testimonianza dell’assisiate che da secoli prima aveva compreso l’importanza della cura e dell’attenzione al creato. In questi ultimi decenni – ed è un effettivo progresso nella coscienza cristiana generale – si è sviluppata un’ampia attenzione della Chiesa Cattolica in questo campo, riconoscendo sia l’influsso della Chiesa Ortodossa che della comunità protestanti.

Possiamo dire, scherzosamente, un po’ come la “strategia del ping – pong” che utilizzò il Presidente americano Nixon per avviare il dialogo tra Usa  e Cina?

Beh, diciamo che tra la Chiesa Cattolica e quella Ortodossa, come anche con le comunità protestanti, la questione ecologica ha giocato un bel servizio sul cammino dell’unità. Quel cammino intrapreso al Concilio Vaticano II ha avuto nel campo dell’ecologia un’accelerazione preziosa. Ricordo con piacere che allorché proposi ai vescovi italiani di “adottare” come Giornata Internazionale del Creato per il nostro Paese il 1 settembre (che era la data in cui la Chiesa Ortodossa già festeggiava l’evento), l’accordo fu quasi unanime. E’ stato uno straordinario gesto ecumenico. La prima volta che celebrammo questo evento fu in un bellissimo e suggestivo quadro naturale e cioè le Cascate delle Marmore che si trovavano nella mia diocesi di Terni.Per l’occasione ci fu una lettura pubblica del “Cantico delle Creature” recitato da Giorgio Albertazzi.

La Chiesa Cattolica, ha seguito un percorso di interesse teologico sul Creato.Ne vuoi parlare a partire da Giovanni XXIII, l’ideatore del Concilio Vaticano II?

Papa Giovanni aveva una visione del Creato, cioè della natura, che potremmo definire agreste e bucolica, anche per le sue origini contadine. Lui rivedeva il Creato negli atti quotidiani dei contadini, nell’alternarsi dei cicli stagionali e in tutto quello che si può osservare in un borgo della campagna bergamasca. Questa visione “contadina” deve però venire inquadrata nel un più ampio quadro della sua attitudine al dialogo, all’ascolto, alla ricerca della pace e, in definitiva, di un spirito ecumenico che fu poi un tema centrale nel Concilio.

In Giovanni XXIII possiamo quindi individuare due aspetti riguardo il tema del Creato, quello della natura e quello ecumenico della più larga convivenza tra i popoli.

Il Concilio Vaticano II si apre con Giovanni XXIII e si chiude praticamente ma anche idealmente con il suo successore Paolo VI.

Come affrontò questo Papa la tematica ecologica?

Paolo VI mostra già di aver posto in essere una analisi teologica del problema.Ad esempio nel 1971 nell’ enciclica “Octogesima adveniens” così ammoniva:

“Attraverso uno sfruttamento sconsiderato della natura, egli [l’uomo] rischia di distruggerla e di essere a sua volta vittima di siffatta degradazione. Non soltanto l’ambiente materiale diventa una minaccia permanente: inquinamenti e rifiuti, nuove malattie, potere distruttivo totale; ma è il contesto umano, che l’uomo non padroneggia più, creandosi così per il domani un ambiente che potrà essergli intollerabile: problema sociale di vaste dimensioni che riguarda l’intera famiglia umana”.

Direi che è già presente tutto il nucleo di quella che sarà la problematica sociale che proprio in quegli anni cominciava a svilupparsi.

Paolo VI è un Papa che nella fatica di quegli anni difficili coglie gli spunti presenti in modo embrionale nella società per porvi attenzione pastorale ancor prima che teologica.

Per me Giovanni XXIII è stato una figura particolare; da piccolissimo, avrò avuto un anno, la macchina del Papa a Viale Trastevere a Roma ci passò davanti mentre ero con i miei genitori.Il Papa aprì la porta e volle accarezzarmi.Vicino a lui c’era un’altra figura che rincontrai molti anni dopo, nel 2006 a Sotto Il Monte, era Monsignor Capovilla, poi divenuto Cardinale, che si ricordava perfettamente della vicenda. Disse che il Papa era triste quella sera perché era scomparso un suo confratello ed aveva visto in quel bambino, che ero io, un segno della Provvidenza e la tristezza gli passò.

Poi mi sono laureato in Fisica aderendo anche ad una visione scientifica del mondo ma questo episodio lo ricordo con piacere. Ma torniamo alla nostra intervista. Cosa pensava  Giovanni Paolo II dell’ ambiente?

Intanto questo aneddoto è molto bello… Giovanni Paolo II fu un Papa che sentì molto il problema ambientale. Ad esempio, nell’enciclica “Centesimus annus” scriveva:

“Del pari preoccupante …. è la questione ecologica. L’uomo, preso dal desiderio di avere e di godere, più che di essere e di crescere, consuma in maniera eccessiva e disordinata le risorse della terra e la sua stessa vita.  Egli  ( l’uomo ) pensa di poter disporre arbitrariamente della terra, assoggettandola senza riserve alla sua volontà come se essa non avesse una propria forma e una destinazione anteriore datale da Dio, che l’uomo può, sì, sviluppare, ma non deve tradire. Invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio nell’opera della creazione, l’uomo si sostituisce a Dio e così finisce col provocare la ribellione della natura, piuttosto tiranneggiata che governata da lui”.

Anche nella Enciclica, “Sollecitudo rei socialis”, afferma che “occorre tener conto della natura di ciascun essere e la sua mutua connessione in un sistema ordinato, che è appunto il cosmo”.

Poi venne Papa Benedetto XVI che fu poi ancora più esplicito. Anzi, Ratzinger fu definito “il primo papa verde” avendo fatto sue precedenti istanze ecologiche e sviluppandone di sue nuove.

Papa Benedetto, come da sua natura intellettuale e riflessiva, approfondisce di più gli aspetti direi filosofici  e teologici della questione.

Nella enciclica “Caritas in Veritate” infatti leggiamo:

Il tema dello sviluppo è oggi fortemente collegato anche ai doveri che nascono dal rapporto dell’uomo con l’ambiente naturale. Questo è stato donato da Dio a tutti, e il suo uso rappresenta per noi una responsabilità verso i poveri, le generazioni future e l’umanità intera…….. Nella natura il credente riconosce il meraviglioso risultato dell’intervento creativo di Dio, che l’uomo può responsabilmente utilizzare per soddisfare i suoi legittimi bisogni — materiali e immateriali — nel rispetto degli intrinseci equilibri del creato stesso.

Poi, nel suo Messaggio per la XL Giornata Mondiale della pace (1 gennaio 2007), fa riferimento ad un trinomio inscindibile tra “ecologia della natura”, “ecologia umana” ed “ecologia sociale” mentre  nel Messaggio per la XLIII Giornata Mondiale della pace (1 gennaio 2010) tratta temi di ancor maggiore attualità:

“Come rimanere indifferenti di fronte alla problematiche  che derivano da fenomeni quali i cambiamenti climatici, la desertificazione, il degrado e la perdita di produttività di vaste aree agricole, l’inquinamento dei fiumi e delle falde acquifere, la perdita della biodiversità, l’aumento di eventi naturali estremi, il disboscamento delle aree equatoriali e tropicali?…”.

Ed infine veniamo all’attuale Papa Francesco. Quando scelse il suo nome tutti pensarono che il tema dominante del suo pontificato sarebbe stato quello della povertà ma anche della natura, secondo proprio l’insegnamento del Santo di Assisi…

Ed infatti queste due tematiche sono, possiamo dire, la strada maestra che sta seguendo Papa Francesco. L’interesse primario per gli ultimi, gli umili, i poveri appunto e la natura intesa come “la casa comune” che i popoli della terra debbono abitare assieme. Dall’inizio del suo Pontificato, Papa Francesco, ha dato il contributo della Chiesa universale a queste tematiche sentite a livello mondiale.Nel suo magistero è evidente la continuità con quanto affermato dai Pontefici precedenti, “Ecologia umana ed ecologia ambientale camminano insieme”, in una visione antropologica ma non antropocentrica.Il suo discorso ecologico è incentrato sul concetto di “armonia”. Il suo magistero petrino è incentrato sulla “custodia” della terra” che si rifà sia alla Genesi che a san Francesco.

Giungendo alla Enciclica “Laudato sì” si è fatto poi tutto un grande lavoro di preparazione, di incontri scientifici sui cambiamenti climatici giungendo anche a proporre rimedi concreti.Il papa ritiene che il problema ambientale sia globale e determinante per il futuro stesso del pianeta e non solo per qualche occasionale battaglia.

Riportiamo l’inizio dell’Enciclica:

Laudato si’, mi’ Signore», cantava san Francesco d’Assisi. In questo bel cantico ci ricordava che la nostra casa comune è anche come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia: «Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba».[1]

2. Questa sorella protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla. La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. Per questo, fra i poveri più abbandonati e maltrattati, c’è la nostra oppressa e devastata terra, che «geme e soffre le doglie del parto» (Rm 8,22). Dimentichiamo che noi stessi siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora.

Scrivendo una enciclica dedicata al tema dell’ambiente appunto la “Laudato sì” che poi sono i primi versi del cantico delle Creature di San Francesco d’Assisi, il Papa ha voluto dare un segnale forte e determinato, direi etico contro lo sfruttamento non solo dell’Uomo sull’Uomo ma anche dell’Uomo sulla natura.

Tuttavia una recente affermazione del Pontefice che ha detto che però non si devono, ad esempio, anteporre gli animali all’ Uomo ha provocato molte reazioni negative. Possiamo spiegare?

Certo. Il Papa intendeva rifarsi proprio all’insegnamento biblico fondamentale: Dio dà all’Uomo, direi alla Famiglia il compito di custodire e preservare il Creato. L’Uomo non può distruggere questo bene prezioso solo per il culto del proprio ego, per sfruttare la terra a suo piacimento, magari per questioni puramente finanziarie; l’uomo è “custode” non “padrone” del creato e tanto meno “sfruttatore”.

Ma l’intera creazione rappresenta un universo armoniosamente ordinato, quindi plurale ma armonicamente gerarchico. La responsabilità più alta all’interno della creazione spetta all’uomo a motivo della coscienza e della libertà che gli sono proprie. Se tutte le creature in certo modo crescono. L’uomo ha la responsabilità – unica –  perché questa crescita sia per il bene di tutti. Ma l’uomo deve stare attento a rispettare il bene comune. Ogni volta che sfrutta la natura solo per se stesso e per soli interessi di parte, la violenta e quindi la deturpa. E la natura si ribella, a scapito dell’uomo stesso. Insomma, è indispensabile avere una visione olistica ma senza distorsioni dittatoriali.

Ma l’ “olismo” è un termine che può richiamare anche il new age. “Tutto è Dio”, il sasso, la pianta, il cielo, l’Uomo.Non c’è un “pericolo” dottrinario in questo?

No perché  dobbiamo intendere l’ olismo come un meccanismo che integra. Come ho detto prima, l’universo è un’armonia ordinata, ha cioè un ordine, una gerarchia precisa, un sistema di funzionamento, altrimenti si cade, come tu dici, in una visione new age che poco ha a che fare con la visione teologica della Chiesa Cattolica.

Possiamo approfondire questo concetto?

Sì.La teologia, la spiritualità e la pratica pastorale debbono riaffermare una visione olistica del Creato. La Famiglia è l’unità base alla cui cura Dio ha affidato la custodia del Creato. Purtroppo questo si dice ancora poco e ancor meno si educa a questa responsabilità. Non c’è separazione tra Dio, Uomo e Creato ma c’è, come detto, distinzione e integrazione gerarchica. Secondo le scritture bibliche – dalla citata Genesi che parla dell’ Eden affidato alla famiglia umana, sino all’ultimo libro, l’ Apocalisse, che parla di “cieli nuovi e Terra nuova” – creazione e redenzione riguardano non solo l’uomo ma l’intera creazione.

In tal senso la visione di Papa Francesco, a proposito degli animali, è coerente con l’inclusione degli animali nella bellezza e nella bontà della creazione, ma all’interno della sua armonia gerarchica.  Sono perciò totalmente contro chi fa violenza agli animali, ma, non posso accettare  – per fare un esempio – che si taccia sull’abbandono degli anziani e ci si indigni per l’abbandono degli animali. Il custode del Creato è l’ Uomo e, in questa sua veste, va rispettato, educato (fin da bambino), onorato e, se c’è bisogno, anche rimproverato qualora venga meno a questa responsabilità. Insomma, deve esserci  una “robusta fraternità” tra le persone umane assieme ad una “fraternità” tra le creature, come suggerisce san Francesco.Il credente è tale quando può dire “fratello e sorella” alle altre creature; se però manca la prima fraternità, quella “più robusta”,  è difficile che ci sia solo la seconda.

Quindi possiamo parlare di una sorta di “olismo ben temperato”?

La visione “olistica” o “vitalistica” ha i tratti di una patologia del sé. L’amico Giuseppe De Rita parla di una nuova religione dell’individuo, l’ “egolatria”. E’ come se tutto il cosmo, tutto il Creato, tutto l’universo fosse a servizio dell’ Io. Questo non va bene.

Dunque una integrazione con rispetto di una gerarchia coscienziale?

Occorre una “ecologia umana”; e cioè occorre che non ci sia squilibrio tra la cura del Creato e la manipolazione che l’ Uomo fa della natura, proprio a livello biologico, cioè fondamentale.

Possiamo parlare un “olismo limitato”?

Sì. Nel senso che ho spiegato prima. Un olismo come integrazione funzionale con rispetto della gerarchia spirituale. Voglio fare un esempio particolare.Nella Bibbia si parla della confusione delle lingue nell’episodio della Torre di Babele.

Occorre capire che la “confusione delle lingue” voluta da Dio è un valore non un disvalore. Dio vuole la pluralità nella diversità; più lingue sono un fatto positivo e non negativo. La diversità è il metro della storia. In questo senso possiamo dire di non essere monarchici ma poliarchici.

Monsignor Paglia ti ringrazio per questa intervista e ti invito anche ad un dialogo futuro su tematiche specifiche.

E’ un invito che accetto volentieri.

(da Affaritaliani.it)