«Il Papa ci offre una straordinaria catechesi sul senso della fragilità»

di Chiara Pelizzoni

«Stiamo vivendo un momento straordinario di solidarietà con il Papa che è una persona anziana, sofferente, in questo momento malata. Il Papa con la sua presenza e con la decisione di condividere informazioni dettagliate, ci sta fornendo una straordinaria catechesi sul senso della fragilità». Parte dalla partecipazione della gente e dalla vicinanza al Santo Padre monsignor Vincenzo Paglia, presidente dalla Pontificia Accademia per la Vita per commentare queste ore, questi giorni di apprensione a ogni latitudine. «Il mondo cattolico che si riunisce in preghiera, è un esempio della vicinanza che dobbiamo avere tutti, e sempre, nei confronti delle persone fragili, affinché non siano abbandonate. E aggiungo: non solo il mondo cattolico. Ero in un’assemblea di ulema musulmani in Bahrain, qualche giorno fa, e tutti pregavano per la salute del Papa!».

Colpisce dentro alla fatica della malattia, la volontà con cui governa anche dal Gemelli.

«Si governa con la testa, ha sempre ripetuto papa Francesco. È un esempio per tutti noi. Né vogliamo certo assumere, come modello di efficienza lavorativa, quello “mondano”, che spesso è più un agitarsi attorno a se stessi che un servizio al bene comune. Muoversi meno non significa muovere meno, governare meno. Significa dare valore anche alle persone che hanno disabilità fisiche o che semplicemente sono diventati vecchie. L’età anziana non è l’età dello scarto da ruoli importanti solo perché implica minore rapidità fisica. Anzi, la calma può andare a vantaggio della riflessione e di decisioni ponderate. Nessuno deve essere lasciato da solo. Spesso il mondo sembra correre, ma è solo ansia da prestazione».

Una fatica uguale a quella di tanti anziani che vivono la stessa situazione…

«In questo senso papa Francesco è uno di noi. La fragilità è di tutti. Trovo, in questa scelta di trasparenza sulle condizioni cliniche, anche un messaggio per la Chiesa e per tutto il mondo. Siamo invitati a concentrarci sul senso della nostra vita e sul significato della destinazione ultima, che per noi cristiani è la vita del mondo che verrà, la risurrezione dai morti, in base alla promessa di Gesù che ha vinto la morte. È di importanza cruciale. Immaginiamo quanto possa essere di consolazione e incoraggiamento, per tanti anziani malati a casa, negli ospedali, nelle case di riposo costretti alla carrozzina, vedere il Papa come uno di loro, il successore di Pietro che viene aiutato a spostarsi e a un tempo si prende cura di tutta la Chiesa. La vita, allora, non è finita!».

Il mondo prega per Lui. Ma non dovremmo pregare per tutti i malati e gli anziani malati?

«Dobbiamo contrastare la cultura dello scarto. E qui vorrei chiarire un equivoco, che riguarda le nostre società. Sui temi dell’eutanasia, del suicidio assistito, vedo e leggo tante prese di posizione. Ma invito a riflettere su un altro aspetto: è la mentalità di abbandono verso il malato, che arriva ben da prima, la vera “eutanasia” nascosta che dobbiamo contrastare. Non dobbiamo abbandonarci, non dobbiamo rassegnarci. Forse, non so, si farà una legge che introduca criteri medici e scientifici aggiornati. Ma serve anche una legge del cuore e della mente che indichi la prospettiva umana e solidale dello stare vicini. È vero che ogni persona, con la propria storia, le proprie relazioni e le proprie convinzioni, è unica. Ma c’è una cosa che accomuna l’umano: il desiderio di essere amati e non essere lasciati soli nel dolore. Nella mia esperienza, le persone chiedono di morire perché hanno paura di soffrire e si sentono abbandonate, scartate. Questi sono gli ostacoli da rimuovere. Abbiamo tutti paura della morte, ma nasconderci o sfuggirla non serve. Va affrontata con la vicinanza e la solidarietà».

L’esperienza di Francesco ci invita a ripensare il senso della fragilità per la Chiesa?

«La fragilità è intrinseca nel nostro essere uomini e donne. È una falsa mentalità consumista quella che porta a pensare che la morte sia solo quella degli altri e la mia non arriverà mai. Vede, ho quasi 80 anni e mi interrogo anche io sulla fine della vita, della mia vita. Non voglio cadere nell’egolatria di cui spesso denuncio la pervasività. E invece la fragilità è delle istituzioni – lo abbiamo visto nel Covid – ed è delle persone, perché tutti scontiamo la nostra mortalità. Dobbiamo unirci, pregare, riflettere, sentirci una famiglia. In famiglia si affrontano i conflitti, le gioie, i dolori, le fragilità. C’è tutto questo nella catechesi vivente di Giovanni Paolo II, di Benedetto XVI, di Francesco, che hanno affrontato con determinazione e coraggio i loro momenti terminali. Sono un segno per la Chiesa, per le società, per le religioni».

da “Famiglia Cristiana”  del 27 febbraio 2025